13.01.2016

Deontologia e informazione

Il compito di un giornale è quello di informare

Il 12 maggio del 1997 il quasi novantenne Indro Montanelli teneva una lectio magistralis presso l’Università di Torino; in quell’occasione il grande vecchio, cui si deve riconoscere il merito di avere insegnato il giornalismo a decine di suoi colleghi più giovani e rampanti, disse queste parole: “Noi giornalisti dobbiamo fare i conti con un nemico mortale. Anziché combatterlo, ci siamo messi al suo servizio: è la televisione. Ho le stesse idee di Popper, la televisione è la più grossa iattura che potesse capitarci, perché è stata utilizzata in modo tale da esserlo.

I giornali sono diventati i megafoni della televisione … … La televisione potrebbe essere un grande strumento di cultura, ma non lo è. Questi però sono affari suoi. Ciò che è affar nostro è di esserci messi a fare i megafoni, copiandone anche i costumi e riconoscendone la supremazia … … La televisione insegna ed apre la strada al protagonismo, che portato nel giornalismo ha effetti catastrofici.
La televisione aizza quel pessimo incentivo tipico dei cattivi giornalisti, la ricerca a tutti i costi dello scoop. Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male. Il pubblico è uno strano animale, sembra uno che capisce poco ma si ricorda, e se vi giocate la sua fiducia siete perduti.”
Ad una prima lettura queste affermazioni potrebbero apparire come una sorta di rifiuto nei confronti dei nuovi mezzi di comunicazione, che hanno ormai praticamente sostituito la carta stampata, spesso diventata succube di quegli strumenti d’informazione che risultano oggi assai più fruibili, rapidi ed invasivi.
Come negare il valore della TV, della rete, della comunicazione attraverso i social? Sarebbe come rinunciare al progresso, all’innovazione ed alla diffusione della conoscenza. Ma siamo proprio sicuri che sia sempre così?
Il regista e sceneggiatore inglese Larry Gelbart, attraverso un suo personaggio, ci dice che l’industria del tabacco fa del male solo ai fumatori, i media fanno male a tutti perché tutti ci fumiamo le informazioni e, mentre è possibile difendersi dal fumo con un cartello “vietato fumare “, non è pensabile di potersi difendere dall’onda mediatica che ci travolge ogni giorno. Anche se evitiamo di guardare la TV, ci pensa il nostro prossimo ad informarci, ovunque ci troviamo.
Ma in fondo non dovremmo essere contenti? Forse si, forse no. In realtà tutto nasce dalla sottile differenza che c’è fra informare e comunicare, con il primo termine si indica la semplice trasmissione di una conoscenza senza alcuna manipolazione, nel secondo caso ci si riferisce al modo con cui si informa e, purtroppo, si tratta quasi sempre di un metodo di comunicazione strumentale che mediante studiati sottintesi, omissioni, mezze verità condiziona gli uditori trattandoli alla stregua di un “parco buoi” da orientare e dirigere dove si vuole. Già, perché la peggiore malattia degli attuali strumenti di comunicazione è l’ideologia che, quale nemica giurata della verità, spinge il comunicatore ad indirizzarci verso la sua “verità”.
La recente vicenda della trasmissione Report abilmente gestita in modo strumentale è un esempio decisamente chiarificatore di questo metodo di comunicazione. Si mescolano come in un cocktail i diversi aspetti del rapporto uomo-animale; si inizia parlando di quanti avanzi gettiamo via ogni giorno, di quanto sia patologico il comportamento di coloro che viziano i loro pet con acquisti inutili e addirittura seppellendoli in un cimitero. Un incipit da Stato etico alla Mao, la teoria delle bocche inutili che ritorna.
Si passa poi al cuore del problema con l’incredibile scoperta che l’industria mangimistica lavora per fare utili, che le multinazionali si arricchiscono con la complicità di migliaia di veterinari ignoranti e/o compiacenti, si presentano interviste palesemente manipolate con abili tagli, si costruiscono dei buoni e dei cattivi, lasciando parlare solo i primi così, si evita un fastidioso contraddittorio che potrebbe mettere in discussione l’inevitabile ed improponibile risultato finale, ovvero che sarebbe eticamente corretto alimentare cani e gatti con gli avanzi di cucina.
Questo metodo di gestione della comunicazione tende a de-formare invece di in-formare ed impedisce qualsiasi possibilità di replica poiché è monodirezionale e fa nascere quasi sempre incredibili polemiche e contrasti proprio fra coloro che dovrebbero fare fronte comune per ristabilire la verità.
Impossibile difendersi dall’assalto mediatico, ne abbiamo avuto prova tentando in tutti i modi di replicare negli spazi che ogni democrazia dovrebbe concedere a chi cerca solo di fare chiarezza, ma è stata un’impresa veramente ardua.
Non esiste dunque una difesa possibile di fronte al protagonismo ed alla ricerca spasmodica dell’audience come diceva Montanelli? Forse una possibilità ci sarebbe: il rispetto della deontologia, quel tanto trascurato sistema di regole che vanno al di là della legge e che oggi appaiono agli occhi di molti qualcosa di obsoleto, ma che rappresentano l’unica certezza etica per qualsiasi professione intellettuale, la nostra sicuramente, ma anche quella dei giornalisti. 

Cesare Pierbattisti - Consigliere FNOVI

autore: Ufficio stampa Fnovi